Pastorale digitale

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Per capire, quindi, cos è questa “umanità mediale” – gli autori Ceretti e Padula hanno evidenziato che – occorre superare le “antiche” definizioni mediali (di McLuhan, de Kerckhove, Bauman) non per cancellarle ma per rinnovarle a partire da un giusto legame tra uomo e media. Dunque, se si vuole fare pastorale digitale bisogna superare le definizioni deterministiche e tecniciste, smettere di usare teorie vecchie per descrivere realtà nuove, abbandonare «la tendenza a leggere i media digitali con le logiche mass mediali degli anni ’90» perché creano «una confusione tra l’oggetto e il soggetto, tra il media e l’uomo». I media non sono strumenti, non sono ambienti, non sono mezzi, ma “proiezione” dell’umano, i media «riflettono l’azione umana perché è l’uomo, solo l’uomo, a intervenire in essi, ad adoperarli come proprio riflesso e progetto per qualsiasi istanza e bisogno». Quindi siccome i media dicono l’uomo e l’umanità si manifesta anche grazie ai media, fare pastorale digitale «vuol dire avere a che fare realmente con la persona umana; non è un’azione rivolta agli oggetti (i media), ma una vera e propria azione mediale, ovvero una reale relazione umana, una preziosa occasione per testimoniare e annunciare il vangelo».

2. Pastorale digitale: una co-responsabilità ecclesiale

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2) Per attivare azioni di pastorale digitale non basta aprire un profilo o una pagina social e riempirli di contenuti, ma «bisogna prima comprenderne il che cosa, il come, il perché dell’azione comunicativa». Servono prima di tutto operatori formati agli asset mediali, alle dinamiche e ai linguaggi digitali. «Con i social media l’azione comunicativa scaturisce dall’intenzione che ogni singolo utente desidera manifestare con il proprio profilo». Pertanto, la pastorale digitale non è un’azione privata, in mano solo agli addetti ai lavori, ma una missione che riguarda tutta la comunità perché «con i social network in un certo senso diventiamo tutti responsabili della comunicazione del vangelo e della Chiesa». La pastorale digitale e la comunicazione ecclesiale tout court, richiedono progettazione, organizzazione e coordinamento, funzioni che spettano all’Ufficio diocesano per le comunicazioni.

 

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3. Alcune indicazioni per costruire una buona pastorale digitale

La pastorale digitale «non va intensa come una sorta di “messaggistica religiosa” (trasmettere informazioni religiose) e non si struttura con le logiche da bacheca, ma è determinata prima di tutto dalla connessione (fisica e digitale) tra i membri della comunità». Inoltre, occorre cominciare ad assumere «la convinzione che ogni utente, quando accede al suo profilo social, non sta entrando in un mondo parallelo e non sta vivendo un’esperienza virtuale, ma sta per connettersi veramente con altri utenti che realmente – in maniera digitale – esistono come persone»

Pope Francis in New YorkLa pastorale digitale va costruita sui fondamenti buoni della Rete. Purtroppo, ci sono ancora educatori e operatori pastorali che rimanendo bloccati sui rischi e i problemi della rete non riescono ad attivare efficaci azioni di pastorale digitale, e sui social preferiscono limitarsi alla sola trasmissione delle notizie parrocchialiLa pastorale digitale costruiamola, innanzitutto, alla luce della “dinamica social”: «un’azione pastorale nel digitale ha senso se comprende – accoglie – applica la logica social. Avviare una “pastorale digitale” e utilizzare i social come una sorta di bacheca su cui trasmettere solo notizie pastorali vuol dire occupare (rendendosi a volte scomodi agli altri) uno spazio soltanto con i dati ma non con la relazione umana; di conseguenza non avremo nessuna azione pastorale ma un fastidioso “rumore” da megafono».

05Per la pastorale digitale diventa, anche, necessario «la conoscenza delle dinamiche digitali. Convincersi che quando si sceglie di aprire una pagina Facebook o creare un account Twitter non si può pensare di usarli allo stesso modo». Dunque, «non tener conto dei meccanismi comunicativi dei social network equivale a non saper utilizzare il “mezzo” che si ha tra le mani, a non usufruire, quindi, dei suoi potenziali comunicativi». Infine, «la necessità del monitoraggio della propria missione comunicativa per comprendere come i vari utenti vedono l’istituzione e analizzare i loro bisogni e le loro aspettative».

Sono convinto che «come esseri mediali, per agire pastoralmente nel digitale, dobbiamo riscoprire e portare alla luce il primato antropologico (e quindi anche spirituale) che riorienti la tecnologia (i media) a servizio dell’uomo».