Padre Giulio Bevilacqua

carbevilacquaCommemorazione del Cardinale Giulio Bevilacqua –
Conferenza di S. E. Card. Achille Silvestrini
(Brescia, Chiesa della Pace, 10 maggio 1990)

Che cosa mi lega al Cardinal Bevilacqua? Un’enorme simpatia, io che l’ho incontrato fin da giovane sacerdote, questo scrittore così fresco, così immediato, così forte proprio nell’individuare i punti essenziali della vita cristiana, della prova del cristiano nella società d’oggi. Questa simpatia mi ha sempre portato a lui con grande ammirazione. Fisicamente, l’ho incontrato una volta sola. Fu nell’aereo che ci portava in Terra Santa il 4 gennaio 1964. Io accompagnavo il Cardinal Cicognani segretario di stato e nell’aereo a un certo punto ho visto là da solo questo prete anziano vestito di nero con un basco in testa e mi sono informato. Mi hanno detto allora che era Padre Bevilacqua e io gli sono andato vicino chiedendo di poterlo salutare e dicendomi fortunato di avere finalmente l’occasione d’incontrarlo per dirgli tutta la mia ammirazione… Allora abbiamo cominciato a parlare e lui mi ha detto con quanto entusiasmo vedeva il gesto dì Paolo VI, il quale usciva dal Vaticano per andare nella terra di Gesù, dove c’era la divisione fra arabi ed ebrei nella stessa Gerusalemme. Noi tutti ricordiamo quanto interesse nell’opinione pubblica abbia suscitato questo “ritorno alle sorgenti” del Papa. Tutti i grandi giornali del mondo avevano inviato i migliori cronisti… C’erano Eugenio Montale, Indro Montanelli insieme a tanti inviati speciali. Ecco, Padre Bevilacqua apprezzava moltissimo questa novità: Pietro che ritorna in Palestina…


bev3Mi ha fatto piacere di averlo visto quella volta e di avergli potuto parlare… Mi chiedo ora quale interpretazione posso dare a questa figura, da quale angolazione leggerla. E la mia interpretazione è questa, è la stessa che ne ha dato un suo compagno di prigionia in Boemia, dopo Caporetto, il quale ha lasciato scritto che per Padre Bevilacqua solo due cose “contano” (lo dice al presente): “Cristo e la realtà e bisogna farle incontrare”.

Ecco, io credo che questa sia l’interpretazione giusta; almeno io credo di poter dare questa interpretazione. Giulio Bevilacqua ha sempre avuto come punto di ispirazione fare incontrare agli uomini di oggi Cristo. Cristo e la realtà. Così egli scrive: “Gesù o è per noi contemporaneo o cessa di essere Gesù, cioè Salvatore, perché non si salva dal di fuori né da lontano, ma dal di dentro e da vicino”. “Il Cristo lo dobbiamo collocare nell’oggi, non è un passato, è l’eterno presente”.

E ancora: “Se voi volete incontrare un Dio vivo e vero, lo dovete cercare nella storia e nella vita, incontrarlo per strada “. Ecco, questa, mi pare, è la sua tematica e questa è anche la chiave per la sua biografia. La sua biografia molti di voi la conoscono meglio di me. Ne parlerò un po’ così, a grandi linee. Un primo periodo consiste nei suoi studi universitari a Lovanio. Studiando sociologia, lo muove l’interesse per l’uomo. L’attenzione all’uomo contemporaneo. Segue le prediche natalizie del Cardinal Mercier alla gioventù universitaria sul mistero dell’Incarnazione del Verbo. Questo gli prende l’anima e lo afferra nel profondo del cuore per tutta la vita.

Lo attira concretamente il problema degli emigrati italiani, dei lavoratori italiani in Belgio, minatori, operai. La sua tesi di laurea è sulla legislazione operaia italiana, con la scoperta che egli fa che in confronto con quella di altri paesi essa è arretrata, che il principio della libertà e sacralità del popolo che è nelle istituzioni, nello Statuto, è contraddetto dalla legislazione e che ciò dipende dal fatto che ancora domina in tutta la classe egemone, nell’economia, nella finanza, nel lavoro, nella industria, domina ancora l’individualismo e l’assenza di un senso morale, e che questo dipende dall’indebolimento dell’idea religiosa che si fonda sul rispetto della persona umana.

bev6Gli studi a Lovanio sono certamente una nuova spinta alla sua vocazione. Quando torna qui a Brescia e approda all’Oratorio, alla “Pace”, è sempre questo interesse umano, per l’uomo contemporaneo, che lo porta a farsi sacerdote. Per riportare Cristo all’uomo e l’uomo riabbia attraverso Cristo la sua dignità.

Una conferma la vediamo dal fatto che, appena detta la sua prima Messa il 15 Giugno 1908, tutte le sue tematiche, tutti i suoi interessi, si rivolgono proprio a questo aspetto. Fa una lezione sulla previdenza alla cooperazione al Congresso delle associazioni giovanili cattoliche di Lombardia nel 1911, caldeggia l’organizzazione operaia anche femminile perché le donne si facciano valere come gli uomini.

Alla settimana sociale di Brescia del 1908 aveva parlato sulla preparazione dei giovani apprendisti. Nel 1912 propone di fondare una scuola sociale per propagandisti cattolici . Ma già nel 1910 , il 1° Maggio, alla prima celebrazione cristiana di questa data (quest’anno è il centenario di questa festa del lavoro, i cattolici cominciano a festeggiarla ufficialmente vent’anni dopo) parla sul tema : “La classe operaia ha acquisito il senso della propria responsabilità”, allargando il suo interesse con l’evidenziare il valore della formazione religiosa culturale dei giovani e degli studenti in particolare. La società si rigenera, la società avanzerà nella misura che le nuove generazioni saranno aiutate ad acquisire una cultura, una professionalità e un senso morale e religioso. Anche la polemica qui a Brescia su un anticlericalismo nelle scuole pubbliche mostra questa sua attitudine. Scrive sul “Cittadino di Brescia”: “Se fossimo nemici delle scuole pubbliche noi non combatteremmo mai questi insegnanti, anzi andremmo a cercarli in tutte le logge massoniche per far fallire le scuole pubbliche in due mesi. E invece perché ci preme la scuola pubblica, perché la consideriamo nostra, cioè della gioventù, proprio per questo desideriamo che la scuola pubblica compia la sua missione e non la inquini con un anticlericalismo, con una antireligione che non fa parte della tradizione italiana”.

bev8Seconda fase. Seconda esperienza. La guerra. La guerra rivela una posizione che lascia un po’ sorpresi. Anzitutto lui che era stato in Belgio e aveva studiato a Lovanio è subito coinvolto dalla tragedia dell’invasione del Belgio chi chiama “scandalo” e subito viene preso dalla tesi che nonostante fosse un immane conflitto, la guerra aveva delle ragioni di giustifica e che queste ragioni andavano conosciute e sostenute per fermare la ventata dì follia che seminava per l’Europa principi disumani. Che vi siano cioè dei popoli “dèi”, che il mondo sia retto dalla forza e che questa serva all’istinto che porta alla guerra e che vive di guerra. Poi però si ispirava alla frase del Cardinal Mercier: noi sacerdoti siamo per dovere di stato i pubblici espiatori dei peccati del mondo… E allora che cos’è che domina la nostra vita? Il benessere borghese o l’espiazione? Dobbiamo sì o no adempiere col nostro popolo questa missione di espiazione? Cioè la guerra è una punizione, però può essere anche un elemento di elevazione e allora lui la fa propria. L’Italia non è ancora entrata in guerra però lui comincia a pensare che in questi avvenimenti c’è una simbiosi dell’espiazione, della passione del singolo con quella della propria patria. Questo principio prima è applicato al Belgio, poi lo applicherà all’Italia E infatti quando l’Italia entra in guerra, lui chiaramente si distingue per una linea che così precisa: “Né zeloti della guerra , né zeloti della pace” Dobbiamo rifiutare sì la guerra perché è anticristiana, ma non possiamo neanche accettare una pace ad ogni costo, sempre per quelle ragioni di giustizia che si diceva. E ancora : “La guerra può illuminarci di amore se combattuta per impedire la vittoria dell’ingiustizia, del disprezzo di ogni legge dell’umanità, se non ci si estranea dalla lotta, se non ci si spegne la pietà, se si accetta la tragedia come una espiazione, se la stessa vittoria sarà non motivo di gloria ma di pianto…”.

E qui, gradualmente, c’è la sua evoluzione, sempre nel senso di vivere la guerra come una pena, una sofferenza che si deve portare insieme. E’ a questo punto che va alla guerra come ufficiale, avendo chiesto nel novembre del 1916 di andare volontario come ufficiale, dato che non gli era stato concesso di andare come Cappellano. La cosa sconcerta certamente. C’è una lettera di Padre Caresana che dice lo sconcerto anche dei suoi confratelli dell’Oratorio. “E’ immensa la nostra afflizione per questa che si è tentati di chiamare violentazione degli avvenimenti …”. Come dire: sei tu che lo hai voluto, se non volevi non ci andavi… Questo è veramente un problema, perché non riguarda solo il Padre Bevilacqua, riguarda i cattolici in quegli anni, altre figure di sacerdoti. Pensiamo a Padre Semeria, interventista e cappellano al Comando supremo, che poi ebbe una crisi terribile e dovette andare in Svizzera a curarsi nel 1916. Pensiamo a Don Minzoni, anch’egli cappellano militare. I cattolici sentivano la guerra come l’occasione, non voluta, per dimostrare la loro lealtà alla Patria. Dopo le vicende dell’unità d’Italia, della questione romana, questi cattolici sentivano molto il peso di essere considerati non abbastanza amanti della Patria. Così la prima guerra mondiale fu l’occasione per l’Azione cattolica, per tanti sacerdoti e laici di dimostrare il loro valore come cittadini.

bev11In Bevilacqua però c’era veramente qualche cosa di più, l’idea che non bisogna rimanere assenti dove l’uomo soffre e che là si deve andare. Il 14 Gennaio 1917 fa la promessa all’altare di non compiere mai atti di odio ma solo di misericordia. Aveva chiesto di non portare armi e ciò non poteva non mettere in imbarazzo i superiori, i quali però furono alla fine molto comprensivi e lo lasciarono fare come se fosse un cappellano, non gli imposero cioè di essere l’ufficiale che comanda. Così lui era riuscito ad organizzare addirittura un commercio clandestino con gli avversari, al fronte. Gli scambi avvenivano di notte: “noi avevamo bisogno di sigarette, loro di pane…”.

Il 10 Giugno del 1917 però comincia un’evoluzione interiore di fronte a tanti massacri, a questa carneficina. “Tra gli orrori della guerra sento di più che Cristo solo, il Vangelo che è luce e vita, soltanto questo ci può salvare dalla barbarie”. Cade prigioniero nel dicembre del 1917 e ho già letto quella testimonianza del compagno di prigionia che soprattutto lo vide sempre come ministro di Dio. “Solo due cose contano per lui, Cristo e la realtà e bisogna farle incontrare”. Allora quest’uomo che era entrato nella realtà umana dei suoi contemporanei, in guerra, dopo la guerra dice chiaramente qual è il suo approdo, la sua valutazione. Nel libro “Luce nelle tenebre” che padre Gemelli pubblicò nel 1921 nell’edizione di Vita e Pensiero (rieditato poi da Studium). C’è chiaramente il giudizio che è quello di Benedetto XV della “inutile strage”. Ha ragione, dice, la voce lontana che parte da un tumulo del Podgora: “La guerra non cambia niente, non migliora, non redime, non fa miracoli, non paga i debiti, non lava i peccati in questo mondo che non conosce più la grazia. Potessimo dire alla guerra: Ci hai battuto come il ferro e come i venti battono le pareti alpine, ci hai triturati come il grano ma ci hai rinnovati…invece no, l’umanità intera ne esce sconfitta”.

Ecco la sua conclusione su di una guerra nella quale lui ha fatto, in realtà, il Cappellano, senza mai alcun atto di violenza. E ritorna. Nel 1921 viene eletto Preposito della Congregazione. Per sé, non vuole impegnarsi in politica, attento com’è ai problemi dell’uomo contemporaneo. Ma non può tacere: i socialisti -dice- sono rappresentanti antipatici di una causa simpatica. Ha perduto fiducia anche nei conclamati “valori nazionali” perché vi corrispondeva solo egoismo e profitti di guerra. Parla del grande peccato collettivo di Caporetto: il denaro diventato sacramento visibile di ogni gioia invisibile. E’ chiaramente avverso al comunismo e nello stesso tempo, sull’altro fronte, dichiaratamente contrario al fascismo, per quattro criteri: l’anticlericalismo, l’alleanza con la ricca borghesia, la violenza, la pretesa di monopolizzare il sentimento d’amor patrio. Lui era stato un patriota, un valoroso combattente premiato con due medaglie di bronzo e si sentiva a disagio di fronte a un patriottismo a senso unico.

Si dedica di più alla catechesi, quindi, che alle questioni sociali; si preoccupa soprattutto della liturgia, dell’evangelizzazione. Quelle belle edizioni di Vangeli con caratteri tipografici d’arte della Morcelliana, sono state ispirate da Padre Bevilacqua. Lui diceva che il Vangelo deve essere anche una bella pagina, deve avere una veste gradevole, per invogliare i lettori.

bev13Poi però venne la polemica con Turati, qui a Brescia. Diventò il “caso Bevilacqua”. Venne l’assalto degli squadristi alla casa della Pace, la polemica con gli articoli di Julius Evola su Critica fascista. Come si sa, Evola è stato uno dei teorici, rarissimi, del razzismo e dell’antisemitismo in Italia… A quel punto le cose si scaldarono e fu chiamato a Roma. Fu chiamato ad un momento di fedeltà. Il Papa stesso Pio XI, come disse dopo al Padre Caresana, lo tolse dalla mischia. Pio XI faceva le cose con signorilità. Non voleva tappargli la bocca, voleva soltanto toglierlo in quel momento e preservarlo per altri momenti, per altre cause. Lo fece chiamare dal Cardinal Laurenti, il quale al Padre Paolo Caresana allora Preposito disse che lo faceva consultore dei religiosi, che lo metteva sotto la sua protezione, lo faceva abitare nella casa degli Assistenti sulla via Aurelia. Fu ricevuto anche dall’Abate Schuster credo proprio pochi mesi prima che questi diventasse Arcivescovo di Milano e tutti gli dimostrarono una grande stima. A Bevilacqua certamente l’obbedienza costò non poco, però ebbe i senso della fedeltà e ai suoi confratelli disse: Fate in modo che le coscienze sappiano che la Chiesa ha agito con libertà e a mio riguardo avrei potuto morire sull’Ortigara per la patria e invece Dio mi ha salvato per una immolazione più bella, quella per la mia Congregazione.

Rimane a Roma. A Roma sono anni buoni perché trova subito lavoro dappertutto, ma anche proprio per la Santa Sede, nell’Opera per la preservazione della fede, che era un’istituzione voluta da Pio XI per controbattere la propaganda e l’infiltrazione protestante. Mettendosi al lavoro, dà subito un suggerimento: Non basta la preservazione della fede, bisogna aggiungere la provvista di nuove chiese in Roma. In una sua ‘memoria’ dice: Se la fede è debole fra la gente, è anche perché manca l’assistenza, mancano le Parrocchie; crescono i nuovi quartieri, creiamo le parrocchie, diamo una struttura alla presenza ecclesiale e così la propaganda protestante avrà un effetto molto minore. Proprio per questo suo intervento fu modificata l’opera, che divenne quella che è adesso, Opera delle provviste delle nuove chiese in Roma. Collaborava con la Rivista Fides con Igino Giordani, due antifascisti. La rivista durò fino al dopo guerra ed era una rivista interessante, di orientamento ecumenico. C’erano delle cose che non si pubblicavano in altre riviste…

Nell’agosto del 1932 torna alla Pace. Ma in questi 4/5 anni trascorsi a Roma, sarebbe interessante vedere che cosa è passato fra lui e G. B. Montini che era stato suo studente qui a Brescia e presso il quale abitò a lungo a Roma, in casa sua. Abbiamo anche una lettera in cui Bevilacqua si dichiara pronto a “sacrificarsi” nel caso di dover seguire il Montini in Vaticano dove avrebbe dovuto stabilirsi. Credo che sarebbe un tema degno di essere approfondito e che forse non è stato ancora trattato questo del rapporto Bevilacqua-Montini, il futuro Paolo VI. Sarebbe interessante vedere soprattutto le testimonianze dirette. Indubbiamente lui è stato un ispiratore, sempre nella fedeltà e nella discrezione. Mai infatti lui ha affermato di avere dato dei suggerimenti a Monsignor Montini, né come Arcivescovo di Milano, né come Papa. Sarebbe quindi molto interessante vedere sul piano delle idee quali sono quelle che sono passate da Bevilacqua a Monsignor Montini.

bev14Nel 1932 dunque ritorna alla Pace e qui abbiamo il suo libro che forse è il più bello: “L’uomo che conosce il soffrire” (2° Ed. Studium). Vi si trova la critica alla civiltà moderna, lui che era un intellettuale, lui che leggeva e studiava tantissimo, senza però lasciarsi prendere dal mito della cultura, anzi contestandola come qualche cosa di potenzialmente astratto oppure di ideologico. Dice infatti che la cultura vale soltanto se rapportata all’uomo concreto, alle esigenze dell’uomo che vive, se soprattutto ha l’umiltà di abbandonare gli schemi, i grandi sistemi e di andare invece a quelle che sono le grandi domande dell’uomo. Poi c’è la sua polemica naturalmente sul nazismo, sul bolscevismo, sull’economia liberistica; sembrano parole dette adesso, per esempio quelle sulla civiltà che impazzisce sempre di più per il denaro, per il progresso tecnico, per il dominio e il potere. Anche rispetto al capitalismo è molto critico. La sua è una posizione morale. Alla pari del comunismo, il capitalismo ha adorato mammona sopra Dio, ha negato il valore della personalità umana, l’ha torturata e degradata nelle officine, l’ha venduta nelle borse, l’ha sconsacrata privandola di tutti i suoi venerabili segni divini. Il culto del denaro, dice, ha raggiunto una forma di idolatria, perché sacrifica ogni valore spirituale, è causa di tensioni sociali fino ai conflitti violenti, alle rivolte disperate del mondo contemporaneo.

Esso è il più formidabile nemico della personalità umana. Ora, se si deve essere intransigenti sul comunismo in quanto ideologia atea e materialista, occorre però capire coloro che credono nel comunismo in buona fede. E’ cristiana la preoccupazione per questa aspettativa di giustizia e bisogna salvare l’anima di questa gente. Ancora a proposito della critica alla cultura, accusata di tradimento dell’uomo perché lo ha distrutto diffondendo il fascino del dubbio su ogni verità e valore, su tutto ciò che Padre Bevilacqua chiamava la casa paterna dell’umanità, perché solo nella verità l’uomo trova la sicurezza e può realizzare l’incontro con gli altri uomini. L’uomo non vive di dubbio -dice- è costretto a costruire idoli al posto di Dio, a cercare in verità parziali o anche nell’errore ciò che ha persona rifiutando la verità totale che Dio ci ha fatto conoscere in Cristo.

Un altro punto è la messa in guardia su certi atteggiamenti dei cristiani. Due sono le prove che il cristiano deve superare nella vita: la persecuzione e il trionfo. Si noti come le metta sullo stesso piano. La più grave è la seconda. La prima può fare degli apostati, può spogliare dei beni, può far scorrere il sangue dei martiri ma non tocca la libertà della coscienza e ha sempre segnato alla fine la vittoria della fede e della Chiesa. Le vicende delle cristianità dell’est dimostrano questo: i cristiani sono stati spogliati dei beni, è scorso il sangue dei martiri, ci sono stati anche degli apostati, ma alla fine è seguita la vittoria della fede. Il trionfo invece -dice- quando i cristiani si sentono protetti, pasciuti, illusi da onori e privilegi, garantiti dalle patenti umane, quando avviene questo i cristiani s’illudono e si fanno inerti, la loro coscienza viene svuotata della forza della libertà, dimenticano che il Cristo è il capovolgitore di ogni criterio e di ogni gerarchia di valori. E’ ciò che è avvenuto col fascismo.

E viene la seconda guerra. Questa volta, dopo essere stato nella prima ufficiale degli alpini, chiede di essere cappellano della Marina. Ha già 60 anni e per lui non è facile. Infatti non gli consentono di andare sulle navi di combattimento e allora va su di una nave ospedale, poi su una di appoggio e aiuta e assiste ugualmente in fatti drammatici di combattimento, sotto bombardamenti pesanti, meritandosi la terza medaglia di bronzo al valore militare.

Come cappellano della Marina, viene colto dall’armistizio dell’8 Settembre a Venezia e riceve l’ordine di scendere l’Adriatico coi cadetti. La nave si ferma a Brindisi, già occupata dagli alleati ed è a Brindisi che il 14 Ottobre celebra la Messa davanti a Vittorio Emanuele III, una Messa che è stata considerata singolare, perché centrata tutta sul tema: “Beati quelli che piangono”. Nell’omelia Padre Bevilacqua indica al Re la via dell’esilio, sbalordendo i presenti, e ricorda che il Signore innalza gli umili e abbassa i potenti, elargisce e toglie i doni di questa terra. Al Re ricorda anche che ben diverse sono le corone che hanno valore davanti a Dio e sono le corone di spine ed esplicitamente dice: “Ti è stata posta sul capo una corona di spine e per questo sei vicino al tuo popolo”. Al di là del momento, è sempre costante in Bevilacqua questa capacità di cogliere nella sofferenza, nella prova, nel dolore, il momento della salvezza. Lo diceva al Re come lo aveva detto ai soldati, alla gente, a se stesso.

Poi c’è il dopo guerra, la Costituente. Partecipa alle vicende però mai direttamente nella politica, sempre con un discorso di preoccupazione morale, con un discorso di responsabilità. Abbiamo, nel 1946, la fondazione di Humanitas, la grande missione di Milano nel 1957. Quest’ultimo è uno dei punti che può interessare il suo rapporto con l’Arcivescovo Montini, che cosa cioè gli abbia suggerito per la missione stessa. Certamente era sempre l’uomo che partecipa a tutto il dibattito contemporaneo, uomo di cultura. Ma come ricorda Paolo VI nella famosa udienza data alla parrocchia veronese del Cardinal Bevilacqua. Bevilacqua ha dato l’esempio di una cultura ecclesiastica nuova e moderna che comprendeva il dovere dello studio assiduo, quotidiano. Dice Paolo VI : Non so che abbia passato un giorno senza dedicare allo studio tre o quattro ore di lettura sistematica, prendendo note con la sua orribile ma sempre identificabile grafia. Bisogna che il clero italiano sia colto, che si tenga al corrente delle grandi idee che percorrono il mondo, sapere che cosa avviene, saper rispondere e commisurare la vita cattolica con la verità. Ciò che dice Paolo VI è esattamente il pensiero che lui aveva della cultura come incarnazione.

A interpretare l’anima del popolo, della gente, fu chiamato in occasione dell’invasione russa dell’Ungheria nel 1956. La sua indimenticabile orazione si tenne nella piazza del Duomo (ora piazza Paolo VI) gremita di folla. Impostò il discorso sulla domanda biblica: “Dov’è tuo fratello?”. Questa domanda -disse- si posa sul vero popolo russo dall’anima mistica aperta al colloquio con Dio. Ma da quando è stato bandito Dio non più fratelli ci sono stati, ma compagni pronti a sterminarsi nella lotta per il potere, polizia segreta, apparati, gente da opprimere; la fratellanza si è bruciata, bandita dai cannoni costituiti con la fame del popolo. “Dov’è tuo fratello?”. I fratelli furono incolonnati per la Siberia terra di lotte e di sofferenze, con le madri ridotte a staccarsi dai loro bambini, appare in questi giorni ai confini dell’Ungheria con il cartello al collo recante il nome e un estremo messaggio: “pensate voi ai nostri figli, noi torniamo a combattere e a morire”. E’ la logica progressiva e inesorabile della morte. Stalin elimina i pastori delle anime per sgozzare il gregge; poi si getta sui militari per avere egli unico il merito della vittoria, poi viene l’eliminazione dei capi e questo non lo dice per sua iniziativa il povero prete che vi parla, ma lo dice Kruscev. A un signore che mentre mi recavo qui mi chiedeva: “Per chi suonano queste campane?” Avrei potuto rispondere: “Per me, per te, per la nostra civiltà”.

Poi viene contemporaneamente la sua esperienza pastorale. Nel 1949 era venuto parroco a Sant’Antonio, in via Chiusure, qui in città. “Sono stato sempre rettore di una chiesa di ricchi , lasciate che finisca i miei giorni in una chiesa di poveri”.

Un altro tema si potrebbe toccare. Qual’è l’ideale politico per un cristiano? Risponde: un altissimo equilibrio di una vita politica autonoma che respiri in piena atmosfera cristiana. Contro laicismi impotenti a sostituire qualche cosa di valido al cristianesimo e contro clericalismi ciechi che non misurano le cariche di collera che suscita ogni tentativo di trattare l’uomo moderno da minorato e da manovrato, il cristiano ferma la possibilità di una città cristiana senza far assumere alla chiesa funzioni e responsabilità che esulano dal suo divino mandato. Né la Chiesa-Stato, né lo Stato-Chiesa.

Ancora, nella sua azione pubblica il cristiano deve promuovere sempre gli “umiliati e offesi”, cessando anche nel pensiero di trattare i proletari da minorenni, perché la vera educazione vuole che si trattino gli altri per quello che dovranno divenire e non soltanto per quello che sono e domanda quindi la confidenza e l’amore vero. Dio per salvarci ha scelto le vie dell’umanità, mentre troppi cattolici preferiscono le vie della potenza.

In queste espressioni folgoranti che chiarivano le situazioni senza mai andare direttamente contro nessuno ma mettendo a fuoco il problema, è costante in lui un’altra sollecitudine: i lontani. L’aggancio ai lontani va fatto con fiducia e comprensione, calandosi nella loro pelle, nei loro condizionamenti ambientali, economici, ancestrali; assumere su di sé le loro angosce, piangere quando piangono, capire le loro gioie oneste e fin dove è possibile parteciparvi e nella discrezione, perché il vero Dio è discreto, la discrezione è la firma dei miracoli di Dio e il ministro di Dio deve essere discreto, capace di rispettare sempre la realtà umana di ciascuno, dandogli la proposta dell’amore.

E viene la stagione del Concilio. In Bevilacqua – nelle sue azioni, in tutti i suoi scritti – c’è un seme, un fermento di idee che nel Concilio si esprimerà. Particolarmente, gli spetta un contributo sulla liturgia, preghiera comunitaria, che deve essere comunicazione, azione, gestualità. La liturgia come azione cristocentrica: è Cristo che si offre al Padre e noi facciamo comunità nell’offerta di Cristo. Nella liturgia Cristo forma a se stesso, commisura la nostra personalità alla sua. E’ dalla liturgia che comincia la riforma della Chiesa. Non è un fatto cronologico in quanto la Costituzione sulla liturgia fu il primo documento approvato al Concilio, ma un fatto genetico. Lui riteneva che dalla liturgia nascesse la novità per la riforma della Chiesa.

fotolapidesantantonioMuore Giovanni XXIII, che lui definisce “un contadino entrato nella storia, in quanto è riuscito a entrare in punta di piedi in tutte le anime”. Naturalmente il successore fu proprio colui che Bevilacqua poteva auspicare e lì si vede ancora la sua discrezione: non fa cenno, non dà segno di compiacimento, al di là di quello che poteva essere il sentimento naturale. Tornando da quella visita in Terra santa dice: Bene va il Papa in Terra santa, perché il Papa appartiene all’ultimo bimbo affamato arabo, come appartiene all’ultimo ventre gonfio di fame dell’India (confidenzialmente il Papa gli aveva scritto del suo prossimo viaggio). “Bene, Don Battista, finora avevo pensato che avresti asfaltato e messo i lampioni alla strada tracciata da Papa Giovanni, ora sono sicuro che andrai ben oltre”. A un certo punto il Papa lo fa Cardinale. Siamo agli ultimi mesi. Quasi volendosi giustificare il Papa dice: “E’ un nepotismo rovesciato, se è un nepotismo, perché non è lo zio che incorona il nipote, ma il nipote che incorona lo zio”.

E qui viene la sua grande e ultima parola che a me Cardinale ha fatto veramente sentire in profondità la responsabilità di certe dignità, quando nel Duomo di Brescia si chiede: “Un Cardinale che cosa è?”. E risponde: “E’ un cieco che domanda a Dio in nome degli altri ciechi di vedere, di vedere. Quante volte nella vita ho provato questa angoscia e le vesti cardinalizie non me l’hanno tolta. Noi siamo tutti dei ciechi e la luce la domando a Cristo, soltanto a Cristo, umilmente, da pover’uomo. Ricordo ciò che mi ha detto Pietro nel giorno in cui mi ha dato la porpora. La porpora è dignità ma la dignità non è mai separata dall’autorità e l’autorità non deve mai essere separata dalla responsabilità e questa mai separata dal servizio. E il servizio che cos’è? E’ la carità, è la carità.

Oggi il Cristo dall’altare mi dice: Non illuderti perché sei vestito di rosso invece che di nero, non illuderti perché hai una mitria invece dell’amato basco che adoperi abitualmente; tutta la tua vita diventa una commedia, una menzogna, se non capirai che cosa ti ha detto il Papa parlandoti della carità”. Questo mi sembra il messaggio del Cardinale Bevilacqua, il suo messaggio perenne.